La Web Community degli Studenti del Liceo Brocchi
24 apr
PENNE
di Alessandra Torresan 4 CS
“Il tempo è il più saggio, perché svela ogni cosa.”
Talete
Non penso che questo uomo sia pazzo. No, perché dovrei? Probabilmente ha solo bisogno di essere ascoltato.
Spaventato, ecco cos’è: ha solo paura della fine, o di un nuovo inizio; e il coraggio di raccontare si nutre di paura. Ma ha qualcosa di più del semplice terrore negli occhi: sembra quasi vecchio delle sofferenze che il tempo gli ha dovuto svelare.
Era il 1958 quando cominciai il mio cammino, in un piccolo paesino di provincia vicino al mare.
Dico “il mio cammino” perché non riesco più a definire vita la mia esistenza. Brutto? No, solo una convenzione necessaria per non rischiare di calarmi nei panni di ogni essere umano a cui ancora appartiene una vita. Il mare era la mia forza, l’unico luogo in cui mi sentivo in pace con me stesso. Mio padre era un pescatore, ed io spesso uscivo in barca con lui. Tuttavia, non ero un bambino come tutti gli altri. Mi piaceva giocare sì, ma non quanto amassi sentire e raccontare fantastiche avventure su marinai perduti e navi affondate; cominciai a leggere molto presto, senza che nessuno me lo insegnasse davvero. Fui dunque mandato in un collegio in città: il massimo che la mia famiglia potesse fare per dare una motivazione al resto del paese alle mie inusuali attitudini. Fu un bel periodo; la mia fantasia viaggiava, imparai a scrivere molto in fretta e mi sentivo bene. Ma restava ancora quella virgola fuori posto che mi differenziava dagli altri compagni: mi piaceva stare solo con il mio quaderno ad inventare storie nuove, a viaggiare con la mente cercando nuove avventure. E questa tendenza crebbe inevitabilmente negli anni a seguire tanto che cominciai a vivere un mondo fatto di sogni e di invenzioni che certo non appartenevano alla realtà che mi circondava. Vivevo costantemente con la penna in mano. Finii in un ospedale psichiatrico senza che me ne accorgessi: non mi importava nulla; in fondo mi bastava continuare a raccontare. Credevo in un futuro fatto solo di nuove peripezie prodotte dalla mia fantasia…e qualcuno se n’era accorto. Una notte d’inverno del 1975 mi ritrovai a piangere nel letto della mia stanza d’ospedale, a scegliere tra la continuazione di una vita che non mi apparteneva o di una sofferenza data dal continuo contrasto tra la mia immaginazione e la cruda realtà. Non mi vergogno di dire che stavo per decidere di cessare quell’inutile dolore facendola finita; ma in quei cupi istanti un’ombra attraversò la mia stanza e si arrestò tenebrosa davanti al mio letto. Me lo propose: la mia vita in cambio di un’esistenza meno dolorosa in cui sarei stato obbligato a scrivere per lei. Dal momento che la mia esistenza non contava nulla per me, accettai. Ancora non so cosa fosse quell’ombra; so solo che da quel momento in poi fui inondato di ricordi, quelli che non avevo mai immobilizzato nella mia mente, quelli che per tanto tempo avevo rifiutato poiché appartenevano ad una vita che non avevo mai desiderato. E sentii l’incondizionato bisogno di scriverli, di raccontarli. Scoprii così ciò che non avevo mai vissuto man mano che vergavo i capitoli della mia esistenza, fatti di istantanee che continuamente affioravano dalla mia mente. Solo il trascorrere inesorabile del tempo mi renderà conscio di ciò che ho rifiutato, del dono che non mi sono reso conto di possedere: la vita. Devo…devo solo riuscire a scrivere l’ultimo capitolo prima che tutto arrivi a compimento. La fine di tutto ciò che conosciamo è vicina, troppo vicina.
L’uomo abbassa lo sguardo e sembra meditare per un istante eterno. Impugna la sua penna e ricomincia a scrivere ad un ritmo forsennato. Il tempo è il più saggio perché svela ogni cosa, ma cosa potrebbe succedere se questo grande sapiente stesse per morire da un momento all’altro?
Leave a reply